Promessi sposi, episodio capponi

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Giustizialismo oggi e nel 1600

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Lo stato dell'amministrazione giudiziaria a Milano e dintorni ai tempi dei Promessi Sposi[modifica | modifica sorgente]

L'epoca storica in cui Manzoni ambienta il suo romanzo è il 1600, lo retrodata quindi di due secoli rispetto al periodo in cui lo scrive. Cioè a valle dell'opera semplificatrice e riordinatrice del corpo di leggi, voluta dall'imperatore Giustiniano[1] dell'impero romano d'oriente, e svolta dai giureconsulti[2].

Nella Lombardia di di quel secolo prescelto per narrarvi le storie di Renzo e Lucia,


Avvenuta a partire dal 535 dopo Cristo con la pubblicazione del corpus iuris civilis, mostrò un dilagare, un'ipertrofia, una libido legiferandi, che, in ossequio al ben nota regola Summum ius, Summa iniuria (ovvero, il diritto spinto all’eccesso diventa somma ingiustizia), rendeva ogni azione giuridica in cui entrassero giudici, avvocati e tribunali, un'avventura dall'iter mai omogeneo e uniforme.

Ciò per la difformità tra leggi locali, norme a carattere permanente che confliggevano o si sovrapponevano a disposizioni temporanee ma tuttora in vigore perché mai abrogate, nonché ordinanze tra cui, i più furbi tra i giureconsulti (come era l'avvocato Azzeccagarbugli da cui lo scrittore fa recare Renzo coi suoi capponi), pescavano le più favorevoli ai loro clienti.

Clienti che, se ricchi e potenti, potevano permettersi di mantenerne stuoli che scartabellassero nel cumulo giurisprudenziale per vincere le cause (quando non potevano ricorrere apertamente alla corruzione), se poveri, viceversa, quali il succitato Renzo Tramaglino, o spesso le perdevano, o neanche le potevano avviare, stante il fatto che molti avvocati del tempo rifiutavano di mettersi contro il tale o talaltro signorotto.

Ma da quale causa si originava questo ammasso confuso, questa babele di norme spesso in conflitto contraddittorio fra di esse? Non poche di queste, in effetti, a ben considerare la questione, nascevano da quello che modernamente oggi chiameremmo interventismo dell'apparato statale.

Il tentativo cioè, di regolare, o meglio, irreggimentare ogni aspetto della vita del cittadino nella sua sfera più privata. Questa straripante messe di carte giuridiche offriva, al contempo, un'arma alla gente per rivalersi di molte e diverse fattispecie di reato (nel penale) o illecito (nel civile) o di entrambe (utroque iure). Quale era l'effetto di tutto ciò? Che i sudditi (tali erano in effetti) si ritrovano spesso in conflitto tra loro (non potendo, come già accennato, il più delle volte procedere legalmente contro i potenti).

I signori dell'epoca, dovevano essersi resi già da tempo conto della verità di quel motto antico attribuito a Filippo il Macedone: διαίρει καὶ βασίλευε

Più universalmente conosciuto nella sua traduzione latina:



Dīvĭdĕ et ĭmpĕrā


Quia, ubi divisio, non unitas (est)

La quale unità, la compattezza, ben poteva riuscire pericolosa per un governo che non godesse i favori della popolazione. Invece, con l'impelagare le persone in guerricciole personali piccole e grandi, ci si garantiva, dando ai cittadini, sotto forma di leggi e leggine, per così dire, la stessa corda con cui si sarebbero impiccati, una relativa immunità dalle rivolte organizzate, essendo il popolo in tutt'altro affaccendato a battibeccare tra pari condizione, mentre i maggiorenti locali potevano così impunemente spadroneggiare.

La similitudine del Manzoni[modifica | modifica sorgente]

A ciò doveva pensare parimenti il Manzoni, quando nel terzo capitolo de: I promessi sposi, scrive:

Lascio poi pensare al lettore, come dovessero stare in viaggio quelle povere bestie, così legate e tenute per le zampe, a capo all’in giù, nella mano d’un uomo il quale, agitato da tante passioni, accompagnava col gesto i pensieri che gli passavan a tumulto per la mente. Ora stendeva il braccio per collera, ora l’alzava per disperazione, ora lo dibatteva in aria, come per minaccia, e, in tutti i modi, dava loro di fiere scosse, e faceva balzare quelle quattro teste spenzolate; le quali intanto s’ingegnavano a beccarsi l’una con l’altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura.

Il quale brano, ben sciocco e cieco sarebbe chi non vi vedesse una chiara similitudine. La quale, detta in breve, è questa: colui che detiene il potere, (o con la forza o con legittime ragioni), ha in mano le sorti degli inferiori (i capponi). Questi ultimi, ben lungi dal coalizzarsi contro chi li tiene in pugno, iniziano invece a darsi beccate fra loro stessi. Nel frattempo, chi li tiene saldamente, può portarli dovunque voglia. Si noti la greve ironia che va ben oltre il metaforico. Questi uccelli da tavola sono oltretutto, "capponi"; e tutti voi saprete bene a quale genere di mutilazione queste bestie vengano usualmente sottoposte. Dunque sarà da intendersi che simboleggino non soltanto il popolano insipiente, ma anche privo di attributi, ovvero vile, senza coraggio o, coraggioso solo coi pari.

Era quello, palesemente l'intento dell'autore. Esprimere, copertamente, e con allegorie, il sensi morale sopra esposto.

Le Grida e i Gridarii[modifica | modifica sorgente]

Arrivati a questo punto, ci si potrebbe chiedere che fossero propriamente queste "grida" e perché avessero tal nome che il Manzoni riprende nella sua opera.

Le "Grida" erano comunicazioni ufficiali, con valore pieno di legge, fatte dalle autorità al popolo. Venivano chiamate così, perché, almeno inizialmente, venivano "gridate" a voce da un pubblico ufficiale su piazza che prendeva l'appellativo di banditore.

Per uso e consumo dei giurisprudenti, (essendo il popolo in gran parte illetterato e anzi analfabeta del tutto), si cominciò, a partire da una data epoca, a cercare di raccogliere in delle pubblicazioni (di difficile reperimento e comunque costose), la miriade di atti concernenti la legislazione locale. Queste raccolte a stampa, in Lombardia specificatamente, e nel tempo in cui il Manzoni calava le sue vicende romanzesche, vennero per l'appunto chiamati con il nome appellativo di "gridarii".

Per dare un'idea di quanto fosse divenuta abnorme l'intromissione dell'apparato governativo nella vita di tutti i giorni, abbiamo riportato il contenuto quasi surreale di alcune di queste grida nella versione integrale di questo articolo.

Le molte e contradditorie norme come fonte di ingiustizia nei processi secondo il Beccaria[modifica | modifica sorgente]

Cesare Beccaria fa riferimento alle grida che il Manzoni citerà, dopo di lui, nel suo romanzo[3]. Tuttavia, astraendo e generalizzando, coglie l'essenza del problema. In questo passo che riportiamo del Dei delitti e delle pene, scrive infatti:

Quindi veggiamo[4] la sorte di un cittadino cambiarsi spesse volte nel passaggio che fa a diversi tribunali, e le vite de' miserabili essere la vittima dei falsi raziocini o dell'attuale fermento degli umori d'un giudice, che prende per legittima interpetrazione il vago risultato di tutta quella confusa serie di nozioni che gli muove la mente. Quindi veggiamo gli stessi delitti dallo stesso tribunale puniti diversamente in diversi tempi, per aver consultato non la costante e fissa voce della legge, ma l'errante instabilità delle interpetrazioni.

Arbitrarietà dei giudici che l'ammassarsi e il susseguirsi delle comunicazioni varie e frequenti fatte sotto forma di grida, non poteva se non portare ai livelli più estremi. Infatti, se un codice di leggi è il frutto di un più o meno meditato e lungo studio, nonché di accurata ponderazione.

Questi atti, le grida seicentesche, nate sull'impulso del momento, sul capriccio, dietro magari la volontà di punire qualcuno o qualche categoria, o di compiacere le sfere ecclesiastiche restringendo oltre il lecito le libertà del cittadino, finivano col prevalere sulla dottrina giurisprudenziale che almeno contemperava le necessità del mantenimento dell'ordine costituito con i diritti fondamentali della persona umana.

Proprio su questa possibilità, tirando fuori dal mucchio delle tante, la "carta legale" più appropriata al caso, contava l'avvocato azzeccagarbugli che l'autore Manzoni descrive. Ovvero: il poter influenzare il giudice col prescegliere quella che, anche andando contro la legge generale, seppellita sotto le ordinanze particolari e contingenti, poteva volgere la causa a favore suo e dell'assistito.

Vedi anche[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. Curiosità, Dante scrisse dell'imperatore Giustiniano, nel VI canto del Paradiso: Cesare fui e son Iustinïano che, per voler del primo amor ch'i' sento d'entro le leggi trassi il troppo e 'l vano
  2. si tratta della commissione di 16 dotti di legge costituita dall'imperatore Giustiniano sotto il coordinamento del giureconsulto Triboniano. Tra gli altri, si conoscono e ricordano: Teofilo, Doroteo, Alfeno Varo, Celso, Ulpiano, Giuliano, Marcello, Cervidio Scevola e Modestino
  3. non direttamente ma in senso lato vi allude e le comprende
  4. vediamo